giovedì 21 febbraio 2013

DEATHDOC by Eugenia Guerrieri - terzo appuntamento al cimitero

Cari ospiti dei Bastioni, cosa ci riserverà questa volta Eugenia e il suo Deathdoc?
Scopriamolo subito!

LA PAZZA DEL LOCULO TROPPO LUNGO

Ci son tre cose al mondo: le donne e il vino nero.
La terza, in fondo in fondo, è sempre il cimitero.
(Tiziano Sclavi)


Nel mio giro di ricognizione incrocio una coppia, probabilmente marito e moglie, che discute animatamente proprio del giorno dei morti: lei sostiene che deporre un fiore sulle tombe spoglie che non visita nessuno gli assicurerà un posto in paradiso, mentre il suo accompagnatore ritiene di essere ancora troppo giovane per pensare al "dopo".
Alla fine la spunta la donna e si dividono.
«Tu vai da quella parte, io da questa» la sento dire «e quando abbiamo fi-nito ci chiamiamo! Non buttare i fiori nel primo cassonetto che trovi, o an-drai all'inferno e me ne accorgerò!»
Anche se mi scappa da ridere, faccio lo sforzo sovrumano di trattenermi. L'ultima cosa che voglio è attirare la loro attenzione, ma sono troppo curioso di osservarli.
Perlustro il cimitero in cerca del marito e lo sorprendo mentre cammina parallelamente a una fila di loculi. Non sembra aver voglia di mettersi a di-stribuire fiori a defunti sconosciuti, fatto sta che si limita a sfilarne uno dal mazzo e a deporlo sul davanzale del loculo, accanto alla lucina votiva.
Insomma, si capisce che lo fa malvolentieri, solo per evitare grane con la consorte.
Ma buttali nel secchio, quei fiori. Tanto non è vero che vai all'inferno, gli vorrei dire.
Vado in cerca della moglie. Lei compie un lavoro più sistematico: toglie i fiori appassiti dai vasi, li getta nel cassonetto più vicino (assicurandosi la mia gratitudine per quel gesto) e ne infila uno fresco, facendosi ogni volta il se-gno della croce. Improvvisamente si ferma davanti a un loculo vuoto e resta lì a fissarlo, con i pochi fiori rimanenti che le pendono dalla mano inerte.
Si volta e mi vede. «Senti, scusa», mi apostrofa imperiosamente, «tu lavo-ri qui?»
«Sì» le rispondo, seccato che mi si dia del tu e mi si parli con quel tono.
Indica il loculo vuoto: «Dimmi una cosa: quanto è lungo questo buco?»
«Due metri e trenta.»
«Non avete altre misure?»
Cosa?! Di tutte le domande balzane che mi vengono rivolte, è indubbia-mente la peggiore in assoluto... questa qui crede forse di trovarsi in un nego-zio di articoli per trapassati?! Roba da matti.
Mi sforzo di non scoppiare a riderle in faccia e di essere cortese: «Non esi-stono altre misure. Questo è il loculo standard per adulti, e per legge li fanno tutti così!»
«E il prezzo?»
«Dipende dalla fila. Quella più bassa e quelle più in alto, che per i visita-tori sono scomode, costano meno.»
«Non c'è uno sconto in più, sulla misura del morto?»
«No», scrollo il capo.
«Ma non è giusto» si indigna la donna «io che sono piccolina devo pagare come tutti gli altri per finire in un buco lungo il doppio di me?»
Resto di sasso. Le ho davvero sentito dire quella frase? Mi guardo intorno alla ricerca di testimoni, ma nessuno ci fila.
Perché tutti i pazzi capitano a me?, penso con un sospiro. Rassegnato al pensiero di doverla affrontare da solo, allargo le braccia: «E cosa vuole da me? Non sono previsti ulteriori sconti per le persone basse, mi dispiace. La lun-ghezza del loculo è uguale per tutti! Se non le va bene, può sempre farsi cre-mare. Da qualche anno i parenti possono portarsi le ceneri a casa e metterle in bella mostra sulla mensola del caminetto! Oppure, se preferisce, si posso-no disperdere...»
La donna resta in silenzio per un po', probabilmente riflettendo sulle mie parole. Infine mi sorprende ancora, dicendo: «Perché no? Si può fare! Però bisogna sentire cosa ne pensa mio marito!»
Annuisco con fare condiscendente: «Buona idea, chieda un parere a lui. Sa che per essere cremati serve il consenso del coniuge superstite? A meno che lei non esprima la sua volontà per iscritto mentre è ancora in vita.»
«Ma due persone possono essere messe insieme? Tipo se mio marito mo-rirebbe prima di me, così risparmieremmo. Questi ci stanno in quattro» dice, indicando una tomba in basso.
Sempre più confuso, abbasso gli occhi sulla lapide da lei indicata. Acci-denti, è incredibile che si preoccupi non tanto dell'idea della morte, quanto di quella della spesa.
Le sorrido appena. «Queste persone sono morte da cinquant'anni, non legge le date sulla lapide? Non creda che sia così facile, bisogna chiedere un permesso speciale al Comune... inoltre non risparmierebbe affatto, la spesa sarebbe identica a quella da sostenere affittando un loculo vuoto.»
«Davvero?! Be' io, a mio marito lo chiamo lo stesso. Meglio deciderle fin-ché siamo ancora vivi, certe cose!»
Stremato da quell'assurda discussione, che per i miei gusti si è protratta anche troppo, approvo stancamente: «Giusto, fa bene. Dopo mi faccia sapere cosa decidete, così in caso mi preparo!», le dico prima di allontanarmi.
Inaspettatamente la donna si mette a chiamare il marito urlando a squar-ciagola. «ANDREA! ANDREA, DOVE SEI?»
Mi volto di scatto mentre chi fino a un momento fa non aveva prestato at-tenzione alla scena, si mostra infastidito.
«ANDREA!» continua a berciare quella, fingendo di non vedere le espres-sioni scocciate delle persone lì attorno.
«È assurdo. È inconcepibile» dice qualcuno, indignato.
Subito fanno eco altre lamentele.
«È assoluta mancanza di rispetto, sia nei confronti dei defunti che dei vi-vi!» brontola un'adirata signora.
«Questa qui deve avere scambiato il cimitero per il mercato sulla piazza!»
«Ma insomma, faccia qualcosa!», mi intima un anziano quando torno sui miei passi.
«Avete ragione...» rispondo con un sospiro, avvicinandomi alla donna per rimproverarla. «Signora!!! Cosa fa, si mette a urlare nel cimitero?! Un po' di educazione! Abbia rispetto per gli altri...»
«Anche mio marito è qui da qualche parte. Vivo, naturalmente!», replica interrompendomi.
«Ho capito, ma non può gridare come se fosse al mercato! Non ha un cel-lulare? Gli telefoni!»
Annuendo, compone un numero sulla tastiera del cellulare e a voce altis-sima dice: «ANDREA! VIENI SUBITO QUI, SONO... dov'è che mi trovo, scu-sa?» domanda a me.
«Tronco 15», le rispondo rassegnato. Se prima avevo avuto dei dubbi sulla sanità mentale di questa donna, ora ho finito per convincermi che sia assolu-tamente fuori di testa.
«TRONCO 15», ripete senza abbassare la voce, «CERCA DI SBRIGARTI!»
Aspetto che riattacchi per dirle severamente di non gridare più in quel modo, ma si limita a ordinarmi di restare qui senza degnarsi di chiedere scu-sa. Esasperato, sospiro appena e mi impongo di essere paziente: per guada-gnarmi lo stipendio mi tocca anche fare cose del genere.
Il marito ci raggiunge quasi subito, evidentemente era vicino al tronco 15.
Lo vedo arrivare a passo di carica, l'espressione furente. Con impazienza, domanda alla donna: «Allora... si può sapere cosa c'è? Hai finito di distribuir fiori a perfetti sconosciuti?»
«Me ne mancano pochi.»
«Be', lasciali. Io ho da fare, non posso perdere la mattinata in questo mo-do!» dice, togliendole di mano quello che rimane del mazzo.
La matta tenta di protestare: «Ma no, così è uno spreco...»
«E allora le corone che vengono lasciate dopo i funerali? Le buttano, cosa credi?»
Assisto in silenzio, indeciso se chiamare il 118 o se spiegare a questi due che le corone, dopo i funerali, non vengono affatto buttate: se sono ancora in buone condizioni, i fiorai dei botteghini qui fuori le comprano da me, le di-sfano e ne fanno decorazioni da rivendere, ovviamente alzando il prezzo. Ec-co spiegato dunque, perché nei pressi del cimitero un fiore costa più di un diamante.
Finalmente la donna cede, seppure a malincuore. «E va bene. Però se va-do all'inferno sarà solo colpa tua!»
«Ma via, per quattro fiori che non hai distribuito... dai, andiamo a casa.»
«Aspetta. Ti ho chiamato per un'altra cosa.»
«Cosa? Sentiamo». Il marito, ormai, sembra sul punto di mandare la pro-pria pazienza a farsi un lungo viaggio.

Io me ne rendo conto dal suo linguaggio corporeo, ma la moglie a quanto pare, no. «Fattelo spiegare da lui...» gli risponde indicandomi con un cenno. Visto che non le presto ascolto, alza di nuovo la voce per attirare la mia at-tenzione. «EHI, TU!»
«Signora, basta gridare!» le ingiungo furioso. Ne ho abbastanza di quella sciroccata e se non se ne va immediatamente la picchio.
Mi risponde con indifferenza, scrollando le spalle: «Tanto i morti non si svegliano!»
«I morti non si svegliano», ripeto severamente, «ma lei, con la voce che si ritrova sta dando noia a tutti, me compreso! Sa parlare un po' più piano?»
Attorno a noi si è radunata un sacco di gente. La pazza non si rende conto che rischia il linciaggio, se non la smette di dare spettacolo.
«Lei ha perfettamente ragione, ma la scusi...», scrolla il capo il marito. «È un po' stravagante!»
Un po' stravagante?! Secondo me è proprio matta!!! Bofonchio che sono lì per lavorare, non per chiacchierare, e mi allontano più in fretta che posso. Perché, fra tanti visitatori, dovevo imbattermi proprio in quei due?


Se volete altre perle su cosa significhi lavorare in un cimitero, perchè non andate a dare il vostro contributo alla brava Eugenia? :D
Deathdoc

martedì 19 febbraio 2013

Fratelli dello Spazio Profondo di Erika Corvo - e siamo a metà anteprima!

Giro di boa per la nostra anteprima di Fratelli dello Spazio Profondo!
E i misteri non fanno che infittirsi...

<< Ho già ottenuto più di quanto sperassi, e passare per il cocco di Stylo
Van Petar, invece di aiutarmi, potrebbe nuocere ad entrambi. Hai pensato
ai pettegolezzi che potrebbero nascere? Strano che non sia ancora venuto
in mente a nessuno che io e te... >>
Stylo arrossì come un tramonto a quell’idea che, evidentemente, non lo
aveva nemmeno sfiorato.
<< Per la miseria, io non ho mai... >> iniziò, fissandomi a bocca aperta.
<< Benissimo; allora, costi quel che costi alle mie devastate finanze, da
oggi in poi, almeno una volta alla settimana, non solo ce ne andremo in
qualche posto a bere un mamoa, ma concluderemo la serata con qualche
donnina. Non tarderà molto a spargersi la voce che i nostri gusti sessuali
siano assolutamente etero. >>
Questa volta fu il mio turno di arrossire come un retrorazzo. << Non... non
credo che sia necessario arrivare fino a questo punto, e poi... >> Fui io a
sbagliare il colpo, ora.
<< E poi?... >>
<< Poi... non sono mai stato con una donna, finora! >> ammisi,
imbarazzato. << Non so nemmeno da che parte si comincia, e non sono
neanche sicuro che la faccenda mi interessi! >>
<< Sei di altri gusti? >>
<< No, non è questione di quale sesso mi piaccia... è che finora non mi
ero mai posto il problema: tutto qui. Non ho mai neanche perso tempo a
pensare verso quale tipo di preferenze orientarmi. >>
<< Io, personalmente, non ho niente in contrario a qualunque tipo di
situazione. Ma il fatto è che in qualsiasi istituto scolastico è
categoricamente proibito l’approccio sessuale tra professori e allievi, a
qualunque sesso appartengano. Se esistesse la pena di morte nella
Federazione, sono sicuro che in casi simili la applicherebbero senza
pensarci due volte. >>
<< Addirittura? >>
<< Ti assicuro che non esagero. E’ la prima cosa che ogni rettore mette in
chiaro, quando gli si parla di lavoro. Ma non si tratta solo di moralità:
l’imparzialità delle votazioni non può essere messa in discussione in base a
fattori che nulla hanno a che vedere con l’insegnamento. Pensa a cosa
succederebbe se i punteggi venissero alterati da relazioni, filarini e gelosie.
Quando maneggi testate nucleari o sei alla guida di un cargo spaziale in un
campo di asteroidi, non importa a nessuno se il prof ti volesse bene: conta
soltanto se tu sia o no in grado di svolgere un incarico di altissima
responsabilità. Comunque faremo in modo che questo genere di
pettegolezzi non debba riguardarci. Ci tengo maledettamente a rimanere
qui e a conservare la cattedra. >>
<< Ma non hai detto che non ti pagano? >> domandai buttandola lì, dato
che Stylo non aveva mi specificato nulla a proposito della sua retribuzione.
<< E con questo? Anche se non prendo una Corona, ci tengo lo stesso a...
Hey, io NON TI HO MAI DETTO che non mi pagano: come fai a... >> la
sua espressione mutò di colpo, e mi lanciò un’occhiata carica di sospetto.
<< Non è che quel giorno, tu non ti trovassi per caso nell’orto botanico
ma fossi lì a SPIARMI ? >>
Sicuramente non lo fece in modo intenzionale, ma per un attimo puntò
l’arco, con la freccia già incoccata, nella mia direzione. E io reagii
d’istinto, scattando come una molla. Un secondo più tardi gli avevo già
strappato l’arco dalle mani, e agguantatolo per il bavero lo scaraventai
contro il tronco alle sue spalle, alzandolo da terra di un paio di spanne.
<< Non puntarmi MAI PIU’ un’arma addosso, Stylo Van Petar! >> gli
ringhiai rabbiosamente sul muso << Altrimenti, amici o no, non virai
abbastanza per raccontarlo in giro, Devaj Prof! CHIARO? >>
<< Scusami, Brian... >> farfugliò lui, pallido come un cencio. << Per gli
Dei, te lo giuro, non l’ho fatto apposta! >>
La mia rabbia sbollì in pochi istanti, e subito mi vergognai per aver agito
senza pensare. Borbottai due parole di scusa e lo rimisi a terra, mollando la
presa.
<< Per questa volta voglio crederti. Torniamo al Complesso, ora. Questo
gioco mi ha stufato, e comunque non vedo per quale accidente di motivo
dovrei perdere il mio tempo a spiarti. Ho cose più importanti a cui pensare,
e neanche ti conoscevo, prima di allora. >>
Mi voltai e me ne andai senza attenderlo. Per me, la cosa finì lì.
Ma ora ero certo che lavorasse gratis, e soprattutto, che se aveva paura di
poter essere spiato, aveva qualcosa da nascondere o si stava nascondendo
da qualcuno, anche se ancora non ne conoscevo il motivo.
Comprendevo meglio il motivo per cui trovasse interessante la mia
amicizia: anche se io non mi nascondevo da nessuno non uscivo spesso e
non giravo volentieri oltre il perimetro del Complesso.Temevo di poter
essere sorpreso da gruppi di studenti armati, o ubriachi, e dovermela
quindi cavare in zone che non conoscessi alla perfezione. Avevo avuto
modo di notare che, quando uscivamo insieme, non scegliesse a caso dove
andare, ma evitasse accuratamente i luoghi frequentati dagli altri studenti.
Pace per me, pace per lui. Meglio per tutti, dedussi.


PARLA STYLO


Non mi andava proprio a genio l’idea di potermi giocare la cattedra
qualora fossero nati pettegolezzi sul nostro conto, così decisi che qualche
avventura galante con ragazze frequentate abitualmente dai clienti del
Complesso fosse doverosa.
I loro pettegolezzi ci avrebbero protetto.
Brian era teso e nervoso, una delle rare volte in cui lo vidi veramente a
disagio, incapace di dominare la situazione in cui sui era immerso. Per
tutta a durata del tragitto di andata mi subissò di domande su tutto ciò che
comportasse quel genere di svago, continuando a passarsi nervosamente le
dita tra i capelli.
Avevo scelto un orario in cui il “ Doppia J “ era poco frequentato – volevo
che si sapesse che eravamo stati là, ma non mi andava che ci vedessero in
troppi.
Pregai Brian di non darmi del tu in pubblico, ma di chiamarmi Devaj Prof,
come avrebbe fatto qualunque altro studente. Ormai era chiaro che la
nostra amicizia andasse tutelata.
Le ragazze erano carine e garbate, non avevano nulla di volgare e facevano
il loro lavoro senza aver l’aria che fosse un dovere.
Scelsi una brunetta per me e consigliai Brian sulla scelta della ragazza per
lui. Alla fine si decise per una biondina dai capelli tagliati corti, a
caschetto, e si eclissò in camera con lei. Di nascosto, le avevo dato una
piccola mancia spiegandole che per lui era la prima volta, e di usare
qualche gentilezza in più.
Quando tornarono in salone, un paio d’ore più tardi, Brian aveva l’aria
trasognata e gli occhi che brillavano. Non volle mai raccontarmi nulla di
cosa fosse successo, ma vedendolo tranquillo e rilassato, dedussi che
dovesse essere andato tutto bene e non gli feci domande. In fondo, non
erano affari miei.

<< Come conoscevi quel locale, Stylo? >> mi domandò lungo la strada
del ritorno. << Non ti comportavi come se ci fossi entrato per la prima
volta. >>
<< Infatti lo conoscevo già. >>
<< E quando ci sei stato, se sei arrivato su Ottol tre settimane fa, e la sera
non esci praticamente mai ? >>
<< Ci venivo anni fa. Quando avevo la tua età, pressappoco. >>
<< Vuoi dire che non è la prima volta che ti trovi su questo pianeta? >>
<< No, infatti. Anch’io ho studiato qui. Per questo non ho avuto troppe
difficoltà a farmi accettare dal rettore: anche se ho pochi anni di esperienza
alle spalle, sa quello che valgo e cosa posso offrire. >>
<< Gratis... >> precisò con un certo sarcasmo.
<< Te l’ho già detto, Brian... sono affari miei. >>
<< Saranno sicuramente affari tuoi, Stylo, ma non puoi impedirmi di
formulare delle ipotesi sul tuo conto, visto che i mio cervello funziona e
che questo mistero mi incuriosisce parecchio. >>
Mi guardò aspettandosi una risposta, ma preferii tacere.
<< Secondo me ti stai nascondendo da qualcosa. O da qualcuno. >>
proseguì.
Accidenti a lui, non era affatto stupido, il ragazzo.
<< Pensa un po’ quello che ti pare. >> ribattei nervosamente.
<< Guai con i federali? >>
<< Non sono loro che temo. >> ammisi con un certo disappunto. Non mi
andava di parlare di certe cose: poteva essere un rischio. << Anche se non
sono pulito. >>
<< Allora perché non ti rivolgi a loro, per proteggerti, invece che al
rettore? Se riesco io ad accorgermi che non ti chiami Van Petar, se ne
accorgeranno anche gli altri, prima o poi, sai? >>
Supremo Devaj come aveva fatto a stabilire una cosa del genere? E come
avevo potuto tradirmi? Ero andato al Doppio J perché circolassero
determinate voci sul nostro conto, ma se le voci fossero state decisamente
diverse da quelle che avrei voluto... la faccenda cambiava!
Frenai bruscamente il veicolo di cui ero alla guida e lo affrontai come una
furia.
<< Anche se non ho ancora capito chi ti autorizzi a ficcare il naso nella
mia vita privata, mi vuoi spiegare in base a che cosa tu stabilisci che il mio
nome possa essere un altro, perché me lo vieni a dire con quell’aria
saccente, ragazzino? >>
Mi aspettavo una reazione brusca da parte sua, invece mi sorpresi
vedendolo rimanere praticamente impassibile.
<< Quando ti chiamo Stylo rispondi subito. Se ti chiamo Devaj prof,
reagisci entro due secondi: inconsciamente sai che è il titolo che ti spetta,
anche se sembra che tu non ti ci sia ancora abituato, altrimenti
risponderesti in tempi minori e in modo più meccanico, quindi ho dedotto
che è la prima volta che ti trovi nel ruolo di docente. Ma stasera ho notato,
soprattutto dopo i primi bicchieri che ti hanno indotto ad abbassare la
guardia, che a chiamarti Van Petar ti volti soltanto quando realizzi che il
proprietario di quel nome dovresti essere tu. Forse, in una circostanza
meno informale avresti mantenuto un autocontrollo maggiore, ma dato
l’ambiente e la compagnia, non è andata così. Adesso so di te che hai
paura di venire spiato, che il tuo nome non è Van Petar, e che se non chiedi
aiuto ai federali nonostante tu affermi di non temerli, significa che hai
pestato i piedi a qualcuno più potente di loro: o hai visto qualcosa che non
dovevi vedere, o sai qualcosa di troppo. >>
<< In questo momento credo di odiarti, Brian. >> dissi rabbiosamente a
denti stretti rimettendo in funzione il cuscinetto d’aria e spingendo
bruscamente in avanti il motore a trazione magnetica.
<< E’ per questo che ti faccio comodo, vero, Stylo? Certo, con me non
corri rischi, visto che io mi nascondo quasi al pari di te, e conduco una vita
più riservata di tutti gli altri studenti. >>
Brutta miseria, l’arguzia di quel ragazzo mi sconcertava. Ero stato
convinto, finora, di essermi procurato una copertura, non dico a prova di
bomba, ma almeno decente. E invece, un ragazzino di nemmeno vent’anni,
nel giro di tre settimane, era riuscito a scoprire quanto fosse fasullo il mio
personaggio.
Mi sentii perso.
<< Gli altri prof sanno chi sei, o lo sa soltanto il rettore? >>
<< Lo sanno. >> ammisi << Sono stato loro allievo, fino a pochi anni fa:
si ricordano benissimo di me. >>
<< Allora, può darsi che possano contornarti di un muro di omertà, oppure
che qualcuno di loro si metta in testa di vendere la tua pelle, se appena
avrà almeno una vaga idea di dove venderla, o a chi. >>


Beh... mi spiace, ma anche questa settimana rimarrete col fiato sospeso credo! 
Ci vediamo presto su questo angolo dell'universo...
E, con la brava Erika Corvo, sulla sua pagina amazon!
Erika Corvo

mercoledì 13 febbraio 2013

Fratelli dello Spazio Profondo di Erika Corvo - cosa nasconde Stylo?

E' sempre un piacere passare il mercoledì con Erika e il suo libro di fantascienza...
Che ne direste, miei ospiti interstellari dei Bastioni, di fare un regalo diverso dal solito per San Valentino?


Come se fosse dotato di occhi anche sulla nuca o di un sesto senso
particolare, sentiva se qualcuno gli si avvicinava da dietro, e in una
frazione di secondo si girava, proteggendo la schiena contro la parete più
vicina.
Aveva momenti in cui bastava un’inezia a farlo cadere in uno stato di
profonda tristezza, durante i quali si chiudeva in se stesso come un riccio,
e rispondeva a monosillabi a quel che gli dicevo nei miei tentativi di
risollevargli il morale.
L’unico modo di scuoterlo erano gli esplosivi: mi accorsi in fretta che
piacevano anche a lui, quasi quanto a me. Quando non trovavo altre
argomentazioni, bastava far brillare tre o quattro piccole cariche dalla
scorta che portavo quasi sempre con me per vederlo tornare di buonumore.
L’atteggiamento tipico dei reietti: se non mi è dato di creare, mi sia dato
almeno di poter distruggere.
Non so cosa mi attraesse, particolarmente, di quella personalità così
ombrosa. Certo, secondo il mio tornaconto personale, mi faceva un gran
comodo un’amicizia che non mi portasse troppo in giro e che non mi
presentasse a sua volta ad una lunga catena di amici e conoscenti, ma fatto
sta che in brevissimo tempo rimasi affascinato da quel ragazzo così solo e
così insolito. In tal modo decisi che valesse la pena di continuare a
frequentarlo, in barba a tutto quello che avrebbero potuto pensare gli altri
studenti.


PARLA BRIAN


Era pazzo. Supremo Devaj, doveva essere più pazzo di me per dedicarmi
tutta la sua pazienza, la sua attenzione, e il suo tempo libero.
Dopo l’incidente che portò al nostro primo incontro, gli fu revocato il
permesso di condurre i suoi esperimenti esplosivi all’interno del perimetro
del Complesso, così ripiegò su alcune aree semiabbandonate a poche ore di
veicolo dall’istituto.
Con la scusa che, se l’avevano sfrattato da lì era stato per causa mia, andò
avanti ad insistere perché ogni volta mi recassi con lui per aiutarlo con gli
strumenti e le misurazioni.
Un po’ mi sentivo effettivamente in colpa, e vuoi perché non è mai
prudente contraddire un professore, vuoi perché mi era veramente
simpatico, mi trovai ogni volta a dirgli di sì.
E riuscì a coinvolgermi.
Partivamo il mattino, di buon’ora. Stylo noleggiava un veicolo a cuscinetto
e con quello si raggiungeva la zona prescelta. Piazzavamo le cariche, le
facevamo brillare, e intanto eseguivamo misurazioni e verifiche di ogni
genere; lui prendeva appunti, faceva calcoli, ed elaborava teorie.
Aveva certe idee sul modo di stabilizzare alcune miscele detonanti di sua
invenzione e non vedeva l’ora di provarne l’esattezza, ma credo di non
sbagliare di molto affermando che fossero tutte scuse inconsce per dare
sfogo all’indole da dinamitardo che era in lui. Quando era soddisfatto
dell’andamento della giornata, mettevamo via tutto e ci si divertiva a far
saltare le cariche ancora inesplose. Ci divertivamo sul serio – con le debite
precauzioni, ovviamente – come ragazzini con una scatola di giochi
pirotecnici tra le mani. Fu una vera sorpresa scoprire quanto piacesse
anche a me maneggiare esplosivi.
Tornavamo al Complesso nel primo pomeriggio, e là dovevamo salutarci.
Stylo gestiva dei corsi estivi di riparazione, ripasso e recupero per
guadagnare qualche Corona. Strano, pensai. Di solito, un prof guadagna
abbastanza da poter fare a meno di simili ripieghi, a meno che le lezioni
private non fossero sollecitate su espressa richiesta di qualche studente che
ne avesse bisogno in modo particolare. Ma nel caso di Stylo, le lezioni da
impartire mi sembravano un po’ troppe.
Quando gliene chiesi il motivo, e dalle sue risposte non troppo chiare
compresi che dovevano essere la sua unica fonte di reddito, inziai a
pensare che avesse qualcosa da nascondere.
Eravamo già abbastanza in confidenza perché mi sentissi in diritto di
rivolgergli domande abbastanza personali, così provai a insistere
sull’argomento: volevo vederci chiaro.
Ne approfittai la mattina di un giorno di festa, in cui eravamo andati in un
boschetto poco distante a fare un po’ di esercizio di tiro con l’arco, sport
che Stylo amava in modo particolare e in cui riusciva decisamente bene.
<< Sembri quasi più squattrinato di me, Stylo: com’è possibile che un
prof del tuo calibro guadagni così poco? >> gli chiesi quando rifiutò,                                                              dicendo di essere un po’ a corto di grana, la mia proposta di recarci, quella
sera, a bere qualche bicchiere di mamoa.
Gli avevo nominato un locale all'esterno del Complesso, frequentato
perlopiù da studenti, quindi abbastanza economico. Era il tipo di locale in
cui, fino a qualche settimana prima, non mi sarei mai azzardato a mettere il
naso, ma con Stylo...
In quel periodo mi sembrava di vivere in stato di grazia, e la sua amicizia
mi sembrava una grande conquista, la cosa più fantastica che fosse mai
potuta succedermi. Quando mai avevo avuto un amico? Quando mai avevo
potuto metter piede in un locale e trascorrervi del tempo senza che la mia
presenza scatenasse una rissa nel giro di qualche mezz’ora?
Doveva essersi subito sparsa la voce, tra i ragazzi, che l’uomo che
vedevano sempre in mia compagnia fosse un professore, perché bastava la
sua presenza a tenere alla larga anche i più irriducibili del litigio ad ogni
costo e della provocazione ad oltranza. Non che mi piacesse, nascondermi
all’ombra di qualcuno, ma finalmente avevo un po’ di pace di cui godere
un amico con cui condividerla: il che, ancora, non mi sembrava vero.
Le vacanze estive passano in fretta, e stavolta ero deciso a godermele
quanto più possibile, al pari di tutti gli altri.
<< Brian >> rispose prendendo la mira tendendo l’arco tra le mani
<< Non per tenerti all’oscuro dei fatti miei, ma è una storia privata tra me
e il rettore. Non sono qui con un regolare contratto. Sai bene anche tu che
per ottenere una cattedra nel Complesso delle Scienze di Ottol bisogna
avere alle spalle anni ed anni di esperienza o vantare nel proprio
curriculum qualche riconoscimento interplanetario. E' impensabile che si
possa concedere a chiunque il privilegio di insegnare alle giovani menti
più brillanti di tutta la galassia. E’ un istituto riservato ad un’elite: le
migliori famiglie di ogni pianeta darebbero – e danno – la metà delle loro
risorse perché i loro figli abbiano la possibilità di studiare in luoghi come
questo. Da qui escono i futuri pezzi da novanta della Federazione
Interplanetaria. >>
<< Si, questo lo so: ogni volta che arriva un postalaser da Bagen, i mie
non fanno altro che ripetermi di cercare di trarre il maggior profitto
possibile dal tempo che ho a disposizione qua dentro. E’ solo per loro che
cerco di resistere a quello che devo sopportare. Bagen si è appena affiliato
alla Federazione Interplanetaria, e hanno bisogno di qualcuno, in
Consiglio, che conosca alla perfezione le loro leggi, il loro sistema di
gestione dei pianeti, e la loro politica. Sarò io, a occupare il posto di mio
padre nel Cerchio del Potere, quando tornerò a casa. >>
<< Un’eredità dura da portare sulle spalle, eh? >>
<< Ho le spalle robuste. E devo resistere. Con quello che costa la retta qui
al Complesso delle Scienze, credo che i miei si stiano dissanguando per
mantenermi, nonostante siano tra i più ricchi del pianeta. Per cui, devo
farcela. Sarebbe un vero disonore, per me, se dovessi arrivare all’ultimo
corso con un punteggio scarso, o peggio, venire espulso per rendimento
insufficiente. >> spiegai, scoccando a mia volta una freccia.
<< Capisco. E il tuo punteggio, com’è? Posso darti qualche lezione di
chimica e fisica gratis, se pensi di averne bisogno. >>
<< Il mio punteggio è il più alto dell’intero Complesso. >> ammisi a denti
stretti, perché non mi è mai piaciuto vantarmi. << Ma qualche lezione mi
farebbe comodo: ci sono alcuni argomenti che mi piacerebbe approfondire
con qualcuno che ne sa più di me... >>
Stylo mancò il colpo e mi fissò, sbalordito. << Il più alto del
Complesso...>> ripeté sgranando gli occhi. << Mi stai prendendo in giro?
>>
<< No, per niente. Controlla, se vuoi. >>
<< E allora... Supremo Devaj, perché i ragazzi ce l’hanno tanto con te? Di
solito è sempre lo studente più scarso che viene messo alla berlina e deriso
da tutti come lo scemo del villaggio. Perché TU, allora? >>
<< Uh... Non devo certo averti fatto una buona impressione, se era questo
che pensavi di me. >> dissi prendendo l’arco che mi porgeva.
<< Infatti mi sembrava parecchio strano, conoscendoti. >>
<< Forse lo fanno per invidia. Magari non sopportano l’idea che un
provinciale possa essere meglio di loro. >>
<< Può darsi... vedo che anche nel tiro con ‘arco non te la cavi affatto
male. Quando inizierà il nuovo anno scolastico, alla prima riunione dei
docenti, proverò ad esporre il tuo caso. Non è possibile che... >> la freccia
raggiunse il centro del bersaglio.
<< Lascia perdere, Stylo: penserebbero che lo fai perché siamo amici.
Rischieresti soltanto fastidi, credo. E poi, la mia situazione è già
migliorata: quando siamo insieme ho un po’ di respiro. >>
<< Ma non è giusto che... >>


Si, lo so... vi lascio con un po' di suspance questa settimana...
Ma se non volete aspettare, potete sempre comprare subito i libri di Erika Corvo!
Erika Corvo su Amazon

Buona festa degli innamorati a tutti!

lunedì 11 febbraio 2013

A Scuola con Portamento di Antonella Sgueglia

Una volta tanto, miei cari visitatori dei Bastioni, non si parla di alieni, mondi fantastici e cimiteri.
Antonella non ci porta in viaggio molto lontano, anzi rimaniamo coi piedi ben ancorati al pianeta Terra, per addentrarci però poi in realtà a noi pirati dello spazio sconosciute.
Come il mondo della moda.
Quindi non vi rubo altro tempo, ma lascio parlare la nostra guida in queste acque pericolose...




Sinossi dell’opera.

“A scuola con portamento” è un romanzo per ragazze che narra le vicende di un’adolescente, Cristina, alle prese con un momento alquanto delicato della sua vita. I suoi genitori sono separati e lei vive con la madre.

Cri è una mixed race, nata da madre italiana e padre haitiano; il colore della sua pelle è scuro e non sa come valorizzarsi, essendo tanto diversa dalla madre. Non solo, le ragazze più popolari della scuola la prendono in giro e Cri non sa come ribellarsi. Ha soltanto un’amica, Gio, ma non le basta.

Per caso, nota che un’agenzia di moda della sua città è alla ricerca di nuovi volti e decide, accompagnata dalla madre, di partecipare. Superata la selezione, Cri frequenta un corso di portamento, trucco, posa fotografica e bon ton che rappresenta l’inizio del suo cambiamento. Da ragazza insicura e timida riesce ad esternare il suo mondo interiore.

Nel libro diversi capitoli sono dedicati a delle sessioni formative sulle quattro materie del corso; in questo modo la lettrice può imparare tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento e cimentarsi insieme alla protagonista nei vari esercizi. Per tanto, questo ebook è rivolto non solo a coloro che sognano di diventare indossatrici ma soprattutto a chiunque desideri sentirsi meglio con se stessa.

Un romanzo-manuale dedicato al mondo della moda e degli adolescenti, con i loro problemi e la difficoltà nell’aprirsi anche con chi li ama.

Ed ecco ora un piccolo estratto...

  «Hai portato le cartoline a scuola, amore mio?» aveva domandato impaziente sicura di ricevere numerosi ospiti quel pomeriggio. «Devo sapere quanti ragazzi vengono prima di andare in rosticceria.»
«Scusa mammina mi sono dimenticata di dirti che i miei compagni avevano degli allenamenti e non possono venire da noi.»
Cri sapeva bene che se avesse confessato la verità sua madre non l’avrebbe capita. Figuratevi che voleva presentarsi a scuola personalmente per invitare tutti. Un caratterino molto pepato e frizzante che pensava sempre ai suoi desideri e non a Cri.
Quello che la signora Adelina non riusciva a comprendere era la difficoltà della figlia nell’inserirsi in un nuovo contesto sociale, partendo dai pregiudizi e dalle insicurezze che nascono nei confronti di chi ha il colore della pelle diverso dal nostro. Sì, la piccola Cri è di uno splendido color bronzo che fa risaltare maggiormente i suoi magnifici occhi verde smeraldo, grandi quanto la sua solitudine. Adelina non sa cosa significhi il disagio di chi ha un dettaglio differente dalla comunità e conviverci stando sul chi va là ogni volta che qualcuno ti osserva, con il timore di essere presi in giro o guardati con diffidenza. Lei è di colore chiaro mentre suo marito, o meglio ex marito, Roger Morin è haitiano, da qui il colore scuro di Cri, all’anagrafe Cristina Morin.


Biografia dell’autrice.
Antonella Sgueglia, è traduttrice Freelance di lingua inglese.
Vincitrice del concorso “Verrà il mattino e avrà un tuo verso” indetto da Aletti editore con la poesia “Seppur nascessi cento volte”.
“A scuola con portamento” è il suo primo romanzo di narrativa per ragazzi.
In primavera il suo romanzo di narrativa femminile “Dove osano le farfalle”, pubblicato da EMV edizioni, sarà in tutte le librerie e gli online stores.
Un altro lavoro è in fase di valutazione. 

L’ebook è attualmente disponibile solo su amazon.it a 2,68 € pubblicato tramite KDP a questo link:
Link della pagina facebook: facebook A Scuola di Portamento

Sito web dell’autrice: antonellasgueglia.altervista.org

venerdì 8 febbraio 2013

DEATHDOC by Eugenia Guerrieri - si ritorna al cimitero

Ed eccoci al secondo appuntamento con DEATHDOC.
Nonchè al secondo appuntamento della settimana con l'angolo "anteprima a puntate"! :D
E se di mercoledì ci siamo sollazzati con un po' di sana fantascienza, oggi si torna invece a parlare di morte.
Ma vi lascio subito alle pagine della creatura della nostra Eugenia!


OGGI RICORRONO I MORTI...

Ognuno di noi fa quello che può
per non pensare alla vita
(Francesco Dellamorte)

"SPERIAMO CHE VINCA MIO NONNO".
Lo status di Facebook di un amico dei miei figli dice così, e li ha fatti tan-to ridere. Anche io, a dire il vero, leggendolo accenno un sorriso. Nulla di più, però. So già che oggi al cimitero ci sarà un incredibile viavai di gente e questo sta a significare una sola cosa: delirio assoluto.
Non capisco perché la maggior parte delle persone si ricordi dei propri morti "a comando", una volta l'anno. Per me il giorno dei defunti rappresen-ta lavoro, lavoro e ancora lavoro.
Sono il custode del cimitero di Velletri e, come tale, scavo le nuove fosse anche sotto la pioggia torrenziale e gelida; svuoto le tombe a cui è scaduta la concessione, ripulisco gli scheletri prima di metterli nelle cassettine per le ossa, e vado personalmente in Comune a ritirare gli atti di sepoltura qualora le agenzie di pompe funebri non avessero provveduto. Ogni notte perdo ore di sonno per fare la guardia.
Senza contare il tempo e la fatica che mi costano la manutenzione delle tombe e la pulizia di viali e vialetti dai rifiuti che i visitatori lasciano in giro durante il giorno, ovunque fuorché nei cestini. Getto via i fiori secchi e an-naffio quelli freschi.
È massacrante, ma non mi lamento: quando ho accettato il lavoro, sapevo che sarebbe stato così. Il mio predecessore, conosciuto durante una lunga chiacchierata al termine di un funerale, rimase così favorevolmente impres-sionato dalle mie conoscenze sulla morte da suggerirmi di far domanda per lavorare qui, designandomi poi come suo successore una volta che fosse an-dato in pensione.
Soltanto in seguito scoprii che era ormai da un pezzo che avrebbe dovuto andare in pensione; ma cosa aspettasse di preciso non lo so. Voleva prima es-sere sicuro di trovare qualcuno che lo sostituisse degnamente? O era convin-to di dover morire sul campo, come i soldati?
Ed eccomi, dalla mattina alla sera, in questa oasi di pace di medie dimen-sioni immersa nella natura: è diventato uno splendido cimitero, da quando ci lavoro io... come dico sempre, dal momento che mi pagano è giusto che mi impegni a mantenerlo pulito e in ordine.
Naturalmente non faccio tutto da solo, non sono un mago... alle mie di-pendenze lavorano dieci persone, ma sono sempre io il primo a entrare e l'ul-timo a uscire.
Oggi dovrò controllare che tutto fili liscio e dare una mano a chi ne avrà
bisogno. Per non creare intralcio ai visitatori e non impressionarli, le normali attività del cimitero sono sospese. Non si fanno esumazioni o estumulazioni, quindi, né si seppelliscono nuove salme.
Naturalmente, una volta chiusi i cancelli al termine della giornata, ci sarà da pulire... so io in quali condizioni pietose si riduce il cimitero il 2 novem-bre: molti vivi sono così ipocriti da visitare le tombe dei propri cari solo oggi e, totalmente privi di rispetto e di senso civico, lasciano in giro spazzatura, mozziconi di sigarette e fiori secchi, che poi io dovrò scopare via e bruciare. Non vedo l'ora che arrivino le 17.
Da quando lavoro qui, ogni 2 novembre spero sempre la stessa cosa: che diluvi tutto il giorno, costringendo la gente a restarsene a casa. Chissà perché non succede mai?
«Facciamoci coraggio e andiamo a lavorare...» dico ad Alessandro.
Dunque... qual è il programma della giornata?
Ore 7.30: prima messa a suffragio dei defunti, nella piccola chiesa del ci-mitero. Wow, da non perdere! A quell'ora ci saranno solo le vecchiette, perciò si "replica" nel corso della mattinata. Nell'intervallo tra una messa e l'altra, il parroco girerà per il cimitero e benedirà le tombe.
Assesto una lieve pacca sulla schiena di Alessandro. «Apri il cancello di via del Cigliolo, io mi occupo dell'altro», e mi avvio di buon passo verso l'in-gresso principale.
Una volta giunto lì, resto di sasso: no, dico... si è mai vista la gente fare la fila fuori i cancelli del cimitero, manco si trattasse dell'inaugurazione di un ipermercato?
Deve trattarsi del primo scaglione di visitatori, mi dico infilando la chiave nella serratura. In genere a quest'ora vengono gli anziani insonni e coloro che si fermano un momento sulla tomba dei loro cari estinti prima di andare a lavorare.
Appena i cancelli sono aperti, entrano accalcandosi come se invece che al cimitero si trovassero a una svendita. Quanta fretta...! Avranno paura che gli scappino le salme?! Oggi ricorrono i morti, ma mi sembra che anche i vivi corrano e ricorrano!
Mi sfiora un tizio trafelatissimo che parla al cellulare: «Sono al cimitero. Eh, sì, oggi è la commemorazione dei defunti, il tempo di una preghiera e un fiore sulla tomba dei miei e vengo in ufficio. Come? No, non passo anche dal-la madre di mia moglie, è nell'ampliamento e dovrei allungare troppo il giro. Invece i miei sono nel fabbricato vicino l'ingresso, quindi faccio subito. Tan-to, visto che sono qui, è come se fossi stato anche da lei...»
Sì, commenta la mia vocina interiore, oggi c'è l'offerta speciale del giorno dei morti: ne visiti due, valgono per tre! La verità è che a quel tizio della ma-dre di sua moglie non frega un tubo.
«Che tristezza, i cimiteri» commenta una ragazza tutta tatuata e piena di piercing parlando con un'amica «tutte queste tombe... si dovrebbe fare qual-cosa per vivacizzare un po' l'ambiente, non trovi?»
Mi dispiace, non conosco barzellette da raccontare ai visitatori, sto per ri-spondere. Che gente...! Scrollo il capo e continuo a camminare per il vialone, tra l'indifferenza generale.
Non che io mi metta a fare castelli in aria sui visitatori, intendiamoci. Di tutte le persone che vanno e vengono, solo alcuni volti mi sono familiari, mentre gli altri nemmeno li noto... nel novero di chi reputo degno della mia considerazione hanno un posto di rilevanza quattro signore, tutte vedove, che vengono a portare i fiori ai mariti una volta alla settimana. Notano tutto e tutti, al punto che sono tentato di assumerle come guardiani diurni. Esple-tato il loro compito, restano sedute su una panchina a chiacchierare.
Potrei dirgli di farlo a casa loro, ma evito. Non mi sembra giusto, in fondo non danno fastidio a nessuno e non sporcano. La gente ha diritto di venire al cimitero, se tiene un comportamento dignitoso e non irrita me.
Vicino al deposito feretri, mi imbatto in un uomo di colore carico di fiori di ogni tipo. Lo conosco: è un nigeriano sui trent'anni che, in occasione del giorno dei defunti, li compra al mercato per poi venire a rivenderseli qua a un euro l'uno. Mi sorride: «Ciao, capo!»
«Farò finta di non averti visto», gli dico a mo' di saluto, «una volta o l'altra mi farai litigare con i fiorai qui fuori!»
Non dovrebbe essere qui, ma non ho il coraggio di cacciarlo come avreb-be fatto il mio predecessore... anche lui dovrà pur mangiare.
Sarà dura arrivare a oggi pomeriggio!, penso con rassegnazione iniziando a raccogliere le prime cartacce. Il cimitero non dovrebbe aprire così presto, il 2 novembre. La vista di tutti questi vivi, di prima mattina, mi traumatizza.

Se il libro vi ha incuriosito o volete fare un simpatico regalo di San Valentino - su, su, che parlare di morti allunga la vita!! - correte subito ad acquistare la vostra copia!
Deathdoc

mercoledì 6 febbraio 2013

Fratelli dello Spazio Profondo di Erika Corvo - le avventure di Brian continuano...

Continua il nostro appuntamento settimanale con la bravissima Erika Corvo!
La storia si fa sempre più interessante con l'introduzione di un nuovo personaggio - si, sta prendendo anche me! ;P

Spero presto di poter fare una recensione anche di questo libro.
Nel frattempo, continuate a stare sintonizzati su questa frequenza galattica per non perdervi neanche un capitolo dell'anteprima!


<< Se ci si potesse limitare a studiare, credo potrebbe essere un paradiso.
Ma come hai visto, ho altri problemi. >>
<< Se ti senti meglio, potremmo andare giù al ritrovo comune: non ti
farebbe male mandar giù qualcosa di forte. >>
<< A quest’ora? Territorio proibito, in mia compagnia, a meno che tu non
voglia condividere con me la mia prossima fuga: a quest’ora è pieno di
persone a cui non sono estremamente simpatico. >>
<< Vengono a romperti le scatole anche quando sei in compagnia? >>
<< Non sono mai in compagnia. >>
<< Mai ? >>
<< Mai. Nessuno ha voglia di sperimentare la mia stessa impopolarità. >>
<< Beh, a questo punto, più che scoraggiarmi, mi incuriosisci. Andiamo:
ho proprio voglia di vedere che cosa succede… >>
<< Contento tu… >>

Effettivamente, poco dopo il loro ingresso nella sala che fungeva da locale
pubblico e ritrovo comune, Stylo poté notare parecchi sguardi puntati sul
giovane Black, palesemente incuriositi dal fatto che non fosse solo.
Alcuni ragazzi ammiccarono nella loro direzione, e alcune Corone Federali
passarono di mano.
<< Qualcuno doveva aver scommesso sulla mia morte, o almeno su
qualche osso fratturato. >> fu il commento laconico di Brian.
Trovarono un tavolino libero in un angolo della sala e si sedettero.
<< Non mi sono ancora scusato con te per il modo in cui ti ho aggredito,
prima… >>
<< Ah, lascia perdere. Capita a tutti di sbagliare. >>
Un cameriere in livrea bianca e gialla si avvicinò loro col blocco delle
ordinazioni in mano.
<< Cosa bevi, Brian ? >> domandò Stylo.
<< Un Fundi ben caldo. >>
<< Due, allora. >>
<< Si, Devaj. >>
Il cameriere si allontanò, ossequioso, per ricomparire poco dopo con due
bicchieri fumanti che posò sul tavolino.
<< Be’, per essere un provinciale, hai dei gusti raffinati: non è facile
trovare uno studente che apprezzi una bevanda così insolita e ricercata. >>
<< Qualche volta mi concedo un po’ di lusso. E il Fundi mi da
l’impressione che, oltre allo stomaco, riesca a scaldarmi l’anima.. Ti
consiglio di tenere in mano il tuo bicchiere, Stylo, altrimenti non durerà
molto, temo. >>
<< Ma scotta… E perché, poi, dovrei tenerlo in mano? >>
Uno studente si staccò dal gruppo in cu si trovava, e facendo finta di nulla,
attraversò la sala. Arrivato all’altezza del tavolo a cui sedevano Brian e
Stylo, tirò una boccata di sigaretta, soffiò il fumo in una grossa nuvola
azzurrognola, e con un sorrisetto sprezzante lasciò cadere la cicca nel
bicchiere posato sul tavolino.
<< Visto? >> comunicò Brian all’amico con un solo sguardo, senza
bisogno di parole.
Furioso per quell’insulto deliberato, Stylo si alzò dal suo posto e agguantò
il giovane insolente per il colletto.Questi si rigirò di scatto cercando di
colpire l’avversario con un pugno, ma l’uomo parò il colpo con facilità,
stringendo il polso del ragazzo in una morsa formidabile e rigirandogli il
braccio dietro la schiena.
<< Per questa volta ti lascio andare, piccolo idiota. >> lo redarguì a bassa
voce mentre tutti gli sguardi conversero su di loro, nella fiduciosa attesa di
un’ennesima rissa.
Con la mano libera, Stylo sbottonò la giubba, mostrando due fialette
trasparenti infilate in appositi occhielli nella fodera.<< Sai cosa
contengano, queste? No? Te lo dico io, allora: un derivato leggermente
instabile del nitrato di ammonio. Il che significa che se mi colpisci, io e te
saltiamo in aria insieme a tutto questo posto… Tu sai a cosa serve il nitrato
di ammonio, vero? >>
Il ragazzo impallidì. Evidentemente, nonostante dovesse essere uno
studente dei primi corsi, conosceva a sufficienza la chimica per sapere che
la sostanza nominata servisse per fabbricare esplosivi.
<< Che? … SEI PAZZO! Non PUOI girare con quella roba addosso! >>
esclamò cercando di liberare il polso dalla mano serrata di Stylo << Stai
scherzando, vero? >>
L’uomo scosse lentamente la testa, serissimo.
<< Non sto scherzando, e posso farlo, dato che sono il nuovo prof di
chimica. Il mio nome è Stylo Van Petar, se vuoi scomodarti a
controllare.>>
<< Un professore!… Scusate, Devaj prof, io non… non avevo idea che
voi… >>
<< Sparisci dalla mia vista e prega di non essere nei miei corsi, o la tua
tesi di congedo saranno le analisi chimiche delle urine di tutta la scuola!>>
Con una spinta rabbiosa allontanò da sé l’incauto studentello, il quale
mormorando ossequiose frasi di scusa, tornò con la coda tra le gambe al
gruppo da cui era venuto.
Van Petar tornò a sedersi sotto lo sguardo altrettanto ossequioso di Brian,
sbigottito e confuso.
<< Tu sei… SEI UN PROF ! Ti credevo uno studente dell’ultimo corso…
Non PUOI essere un prof! Qui il docente più giovane ha l’età del nonno
del Supremo Devaj… Perché diavolo non me l’hai detto subito? Mi sarei
risparmiato anch’io una figuraccia tremenda, e… >>
<< Piantala! >> tagliò corto Stylo tornando a sedere. << Non mi interessa
starmene su un piedistallo, venerato come una divinità. Non da te, almeno.
Siamo amici, no? >>
<< Boh… se lo dici tu! >> rispose l’altro, alquanto perplesso.
Il cameriere tornò con aria mortificata.
<< Perdonate l’incidente, Devaj. Volete che ve ne porti un altro? >>
<< No, lascia perdere: ce ne andiamo. >> rispose alzandosi, dopo aver
lasciato sul tavolo qualche Corona.
Brian lo seguì come un cagnolino.

PARLA STYLO

Quello che ricordo più vividamente di lui, agli inizi della nostra amicizia,
era la sua diffidenza; nei miei confronti, come nei confronti di tutti gli
altri.
Non riusciva a capacitarsi del fatto che io non avessi intenzione di fargli
del male, e se avesse potuto perquisirmi ad ogni nostro incontro senza
offendermi, per controllare che non portassi armi su di me, credo che
l’avrebbe fatto.
Per moltissimo tempo non ricordo di averlo mai visto ridere; ridere di
cuore, intendo: le risate aperte che si fanno con gli amici, quando si sta
bene in compagnia e si è completamente rilassati.
Eppure, al tempo stesso, era capace di una delicatezza insospettabile.
Sembrava avesse studiato minuziosamente ogni mia abitudine e faceva in
modo che il tempo da trascorrere insieme contenesse soltanto attività a me
congeniali, fingendo regolarmente che interessassero a lui, ma senza
tuttavia dare l’impressione di essere ruffiano. Credo si vergognasse di
quella sua voglia di riuscire simpatico a qualcuno. Era come se con una
mano cercasse di aggrapparsi a me e tenesse pronta l’altra per colpirmi, o
per cercare di non venire colpito.
Era dotato di un’intelligenza vivacissima, coltivava mille interessi che
spaziavano nei campi più svariati: musica, arti marziali, raccolta di
frammenti di meteoriti, fino alla lettura di manuali tecnici sulla
navigazione stellare.
Prima di conoscermi, trascorreva quasi tutto il suo tempo sui libri.. Aveva
letto buona parte dei volumi contenuti nella biblioteca del Complesso delle
Scienze e ricordava ogni cosa con memoria quasi fotografica.
Conversazione brillante, estroso, simpatico. Peccato per quel suo
pessimismo di fondo; comprensibile, del resto, considerando come venisse
isolato da tutti, anche se non riuscivo a capirne il motivo.
Più conoscevo Brian e più mi sembrava impossibile: non aveva niente che
non andasse, nessun difetto tale da giustificare il trattamento che subiva.
<< Dicono che sia un violento. Io mi difendo. >> diceva parlando di sé
<< Sono loro che mi stuzzicano in continuazione: non sono mai il primo a
iniziare. Certo, reagisco. DEVO difendermi: mi hanno emarginato a tal
punto che mi è rimasto soltanto lo spazio vitale, e se non combattessi per
tenermi almeno quello, probabilmente mi calpesterebbero dalla mattina
alla sera come lo zerbino all’ingresso. >>
Non mi sembrava possibile quello che invece si diceva di lui. Lo
descrivevano come uno scarso, un piantagrane, uno che chissà cosa si
crede per essere arrivato a studiare su Ottol, dalle palafitte dove viveva…
Un attaccabrighe, un criminale nato, violento e cattivo. C’era qualcosa che
non quadrava, in tutto questo.
Era comunque vero che sembrava dotato dell’istinto di un gatto. Più di una
volta ebbi modo di notare che fosse impossibile avvicinarlo alle spalle.


Se volete leggere per intero Fratelli dello Spazio Profondo, o saperne di più su qualcuno degli altri libri di questa saga, non dimenticatevi di andare a fare un giro sul profilo Amazon di questa bravissima autrice!
Erika Corvo su Amazon 

lunedì 4 febbraio 2013

Deserto Rosso di Rita Carla Francesca Monticelli

Ben ritrovati a tutti i visitatori dei Bastioni.
Oggi si parla di nuovo di fantascienza - e di fantascienza di una volta, di quando ancora si sognava di vivere in altri pianeti, di colonizzare il sistema solare.
E si ritorna a calcare il suolo della fantascienza - oltre che di Marte - con una serie davvero interessante, dal taglio particolare, di cui sono già usciti i primi due episodi.
Si tratta di Deserto Rosso, come appunto potete leggere nel titolo.
E, per questa serie, abbiamo deciso di lanciare un tipo di post inedito per Bastions: l'intervista!
Ma prima di parlare con la simpatica Rita, un po' di trama di Deserto Rosso:

"Sono passati 30 anni dalla missione di esplorazione di Marte "Hera", il cui equipaggio è morto in circostanze non del tutto chiarite. Questo fallimento e tutte le problematiche politiche da esso generate hanno rallentato la NASA nella sua corsa alla conquista dello spazio, ma adesso i tempi sono maturi per una nuova missione chiamata "Isis". Questa volta i 5 membri dell'equipaggio non viaggeranno per oltre 400 milioni di chilometri solo per una breve visita, ma saranno destinati a diventare i primi colonizzatori del pianeta rosso.
Tra di loro c'è l'esobiologa svedese Anna Persson, approdata a questa avventura nella speranza di iniziare una nuova vita lontana dalla Terra.
Marte avrà però in serbo per lei un’incredibile scoperta, chiave di un mistero nascosto nelle profondità di Valles Marineris."


Partiamo però dal principio, ovvero dalla prima puntata, Punto di Non Ritorno.
Di cosa parla?
Punto di Non Ritorno si concentra sulla storia di Anna Persson, sulla sua incomprensibile - almeno all'apparenza - decisione di lasciare la sicurezza della Stazione Alpha per addentrarsi nel deserto di Marte.
Sulla sua rover pressurizzata, con soli due giorni di autonomia di ossigeno, la nostra protagonista si avvia verso morte certa: un suicidio o qualcosa di più?

Detto questo, sperando di avervi incuriosito abbastanza, comincio qui una chiacchierata con Rita Carla Franscesca Monticelli, che spero in un post futuro di riprendere e ampliare: si parla di metodi di scrittura e di tutto ciò che non è libro ma si fonde con esso, in un modo di narrare che diventa sempre di più multimediale. 
Leggete con attenzione, perchè alcune cose mi hanno dato davvero di che pensare! :D



1) Prima di tutto, una domanda che mi piace porre a tutti gli scrittori - una sorta di curiosità personale. Come si svolge il tuo lavoro di scrittore? Preferisci scrivere di notte? Lavori a casa o magari in un parco, all'aria aperta? Ascolti musica mentre scrivi?
Insomma, descrivi un po' a questa collega impicciona come ti piace lavorare.

Ciao Cordelia, grazie per l’ospitalità :D
Scrivo quasi sempre a casa, tranne qualche volta quando sono dal mio ragazzo. C’è anche da dire che sono una lavoratrice autonoma e passo comunque a casa la maggior parte del mio tempo. Il luogo in sé comunque non è importante, perché tendo a estraniarmi, ma è necessario che non ci siano elementi di disturbo, quindi devo essere sola in una stanza o, se c’è qualcuno, in genere sta dormendo (sempre il mio ragazzo, ovviamente).
Non ascolto musica, prediligo il silenzio mentre scrivo, al massimo c’è la TV accesa su MTV Rocks nell’altra stanza e la sento in lontananza, ma non la sto veramente ascoltando. Mi piace, invece, ascoltare musica mentre rileggo quello che ho scritto, possibilmente musica da film. Ricordo che mentre facevo l’editing di “Punto di non ritorno” ascoltavo sempre la colonna sonora della serie TV “Caprica”. Poi ho ripetuto l’esperimento durante l’editing di “Abitanti di Marte”, proprio per mantenere la stessa atmosfera.
Sul discorso del quando scrivo devo fare una premessa. Diciamo che non seguo sempre un ritmo notte-giorno regolare. Spesso e volentieri dormo di giorno e sono più attiva la sera e la notte, ma questo varia di continuo, perché tendo a rimanere sveglia anche 20 ore di fila e poi volerne dormire almeno 8. Come vedi i conti non tornano, quindi slitto sempre in avanti durante la settimana e mi resetto nel weekend.
Premesso questo, in genere scrivo quando ho esaurito tutte le altre incombenze e ho la mente sgombra dagli impegni quotidiani. A volte questo capita di pomeriggio, a volte la notte e a volte la mattina successiva, prima di andare a dormire.
Cerco di scrivere circa 2000 parole al giorno dal lunedì al venerdì. Ho notato che, quando ho dei limiti di orario precisi, perché per esempio a una certa ora devo uscire, riesco a scrivere molto in fretta, perché mi concentro sulla quantità e non sto tanto a guardare come scrivo. Quando invece ho più tempo, tendo ad andare più lenta. Ammetto, però, che la fretta mi rende più spontanea e spesso produce i risultati migliori, così a volte faccio a gara con l’orologio. Mi dico: ora scriverò 1000 parole in 45 minuti, per esempio. E provo a farlo. Chiaramente devo avere le idee chiare sulla scena che sto per scrivere.
Durante la partecipazione al NaNoWriMo lo scorso novembre, ero costretta a scrivere tutti giorni, inclusi sabato e domenica, per non restare indietro, e allora le provavo davvero tutte per essere produttiva. È stato divertente, perché mi ha insegnato a fare della scrittura una vera priorità della mia vita quotidiana.



2) Se potessi scegliere una eventuale colonna sonora per “Punto di non ritorno”, quali canzoni includeresti? Che tipo di musica meglio si adatta a questa storia?
 
Tutto “Deserto rosso” ha in realtà una canzone che in certo senso funge da colonna sonora. Si tratta di “Catch Me If You Can” dei Polydream. Una band indipendente americana, che mi ha permesso di usare il brano nell’ambito della promozione del libro. Inizialmente volevo usarlo per il booktrailer, ma poi è finito come musica di sottofondo del podiobook della prima scena di “Punto di non ritorno”.
Puoi ascoltarla a questo link: http://www.myspace.com/polydreammusic/music/songs/catch-me-if-you-can-26729495
Questa canzone si adatta perfettamente al mood del libro sia come melodia che come testo, il quale potrebbe essere reinterpretato proprio in base alla storia, anche se in origine il brano, ovviamente, parlava di tutt’altro.
A un certo punto, poi, c’è un coro di bambini, che sembra quasi messo lì di proposito. In “Deserto rosso” ci sono infatti dei bambini, che sono un aspetto importante della trama, ma non posso dire altro, per non rovinare la sorpresa.

In quel passaggio il testo dice: se non proveremo a vivere come uno, non sopravvivremo al Sole.
Questa frase centra in pieno il tema di tutta la serie, che però verrà rivelato solo alla fine.
La differenza tra il vivere ognuno per sé e uniti come uno solo si vede comunque già nel secondo episodio del libro, dove sono messi a confronto due gruppi di persone, dei quali uno si sta autodistruggendo, mentre l’altro prospera, proprio a causa del modo in cui i singoli individui interagiscono tra di loro.

Al di là di questo, ci vedrei bene qualche brano dei Linkin Park, che musicalmente tendo ad accostare alla fantascienza, come “Leave Out All The Rest” (forse anche per il suo bellissimo video che ricorda il film “Sunshine”).
E poi Marte mi fa venire sempre in mente “Open Arms” di Gary Go (e viceversa), anche qui in parte a causa del video.


3) Ultimamente sempre più spesso gli autori utilizzano dei veri e propri trailer per promuovere i loro romanzi.
Com'è nato il booktrailer di Punto di Non Ritorno?
Quanto pensi incida la creazione di un booktrailer nella crescita della popolarità di un romanzo?

Volevo fare un booktrailer, perché vedo la storia di “Deserto rosso” come qualcosa di molto cinematografico. In realtà tendo sempre a immaginare le storie per immagini. Quando ero ragazzina sognavo di scrivere per il cinema, per cui adesso volevo assolutamente avere almeno un booktrailer del mio libro.
Ho scritto la sceneggiatura, ho reperito il materiale per creare la parte video (sono tutte immagini originali della NASA, che ne permette il libero utilizzo), ho montato la colonna sonora e poi mi sono affidata all’ottimo lavoro di Fabio Delfino (www.newempire.net) per unire il tutto e trasformare le mie idee in realtà. E lui è stato bravissimo, perché è riuscito a creare qualcosa in grado di superare la mia stessa fantasia.
Allo stesso modo abbiamo fatto anche il booktrailer di “Abitanti di Marte”, che differisce sostanzialmente solo negli 11 secondi centrali, e così faremo anche per gli altri due episodi.
Il booktrailer in sé è un buon strumento di promozione, in quanto altro non è che uno spot pubblicitario (non a caso i miei durano poco più di uno spot TV, cioè 48 secondi), però, affinché funzioni, deve essere fatto bene, altrimenti potrebbe avere l’effetto contrario.
Rimane comunque un qualcosa in più, che rischia di passare inosservato, nel senso che non è facilissimo distribuirlo. Un conto è se sei un autore famoso e il tuo editore manda il booktrailer in TV, nelle sale cinematografiche, nei siti superfrequentati e così via. Un altro conto è se devi essere tu a farlo circolare sul web. A meno che non diventi in qualche modo virale, alla fine la sua incidenza sulle vendite è bassa. Basta vedere quante volte è stata riprodotto il trailer su YouTube e quante copie ho venduto del libro (molte di più).
Però può risultare utile in casi particolari. Per esempio il trailer di “Deserto rosso - Punto di non ritorno” ha ottenuto una nomination ai Booktrailers Online Awards e ciò ne ha aumentato la visibilità, producendo maggiori vendite. Adesso io e Fabio lo stiamo presentando ad altri concorsi (per ora non posso anticipare nulla), cerchiamo insomma di sfruttarlo al massimo.
Al di là di questo, penso che sia molto bello avere del materiale video e audio (come il podiobook) per presentare un proprio libro. Sono tutti elementi che non fanno altro che accrescere la curiosità sul tuo lavoro e, se sono fatti come si deve, ti fanno apparire professionale, cosa molto importante per un autore indipendente.

Ringrazio Rita della pazienza, e vi assicuro che non sarà l'ultima volta che parleremo con lei! ^^
Ho ancora parecchie curiosità che vorrei chiederle...
 


Non vedete l'ora di leggere Punto di Non Ritorno?
Beh, è semplice trovarlo!
L'Ebook è disponibile per l’acquisto su: Amazon (per Kindle; ASIN B0089TN5JM),
Smashwords (tutti i formati ebook; ISBN 9781476194486), inMondadori/Kobo (formato epub;
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9781476194486) e Barnes & Noble (per lettore Nook; ISBN 9781476194486), Sony Ebook Store e
Diesel Ebook Store.


E' arrivato il momento di spingere il mercato degli ebook, che sono certa diventerà con il tempo una risorsa sempre più sorprendente anche da noi, come all'estero. 
E state sintonizzati su queste pagine, perchè presto avrò un annuncio da fare - che potrebbe riguardare anche proprio Deserto Rosso - Punto di Non Ritorno! :D